Insegnare informatica vuol dire programmare o insegnare ad usare un computer?

Cosa significa “insegnare informatica“, ciò che emerge nel dibattito accademico di questi giorni è che l’approccio all’insegnamento non può essere quello basilare che si ha quando si insegna una nuova lingua. Prima, infatti, di poter scrivere in codice, è necessario istruire gli allievi su un nuovo modo di pensare, un approccio computazionale. Vediamo insieme cosa significa.

Possiamo dire che il termine “informatica” è oggi altamente inflazionato, parliamo di informatica quando parliamo di lavagne multimediali, ma anche quando si dibatte di videogiochi e l’approccio che spesso in ambito scolastico viene utilizzato è molto simile ad una lezione di una lingua straniera. Ma siamo certi che sia il metodo migliore per affrontare questa materia?
Se volessimo citare uno dei più grandi informatici, l’olandese Edsger Dijkstra, dovremmo sostenere che la computer science sta all’informatica, tanto quanto uno studio dell’astronomia sta ai telescopi. Cosa vogliamo dire con questo?
Semplicemente che nello studio informatico il computer non è che un mezzo tecnico utile a definire una piccola parte della materia informatica e che o alla radice c’è molto di più.

In tutto il mondo molti ricercatori stanno proprio rimettendo in discussione l’assunto che imparare informatica sia “imparare a scrivere codice”. E’ un assunto importante, ma a quanto pare non sufficiente al totale apprendimento della materia.

Scrivere un programma, appurare che questo funzioni è un’operazione teorica, indipendente dal fatto o meno che esistano i computer. Non si tratta di un vezzo da appassionati ma delle odierne discussioni in materiale di didattica informatica. Ad enfatizzare maggiormente questa discussione è Salmeri, teorico di filosofia morale e della religione a Tor Vergata, da sempre appassionato di  informatica, che afferma:

“Nelle odierne discussioni sulla didattica dell’informatica si parla spesso di attività unplugged, svolte cioè a computer spento: be’, potrebbe essere una buona notizia per le casse dello Stato il fatto che si può fare un intero corso di informatica senza avere neppure un computer a disposizione”.

Sempre Salmeri giunge alla seguente conclusione:

“non è necessario insegnare l’informatica a scuola, però è opportuno poichè parte integrante delle nostre vite”.

La scuola italiana pare finalmente arrivata a capirlo ed ha iniziato ad interrogarsi su quali potessero essere le migliori strade per affrontare la materia. Ed è cosi che entrano in gioco il Consorzio interuniversitario nazionale per l’informatica e il Cini, con una proposta al Miur.

Qui la cosa si complica, all’interno del progetto “Programma il futuro” è stata prevista “l’ora del codice”, iniziata calcando le orme dell’attività di coding pensata negli USA, con testimonial l’ex presidente Barack Obama. Ciò che però emerge da tale progetto è la limitatezza di pensare alla programmazione soltanto dal punto di vista del codice.

L’ora di codice era stata pensata soprattutto per insegnare in maniera pratica un linguaggio di programmazione: obiettivo nobile, ma limitato. Secondo il Cini infatti quello di cui ci si dovrebbe occupare invece è il pensiero computazionale. Attenzione, non si tratta di insegnare agli studenti a pensare come un computer, bensì il modo con cui pensano gli informatici quando risolvono un problema, un approccio alla materia, ma applicabile anche in altri campi. Nelle parole di Jeannette Wing, che ha coniato l’espressione, “il pensiero computazionale è l’insieme dei processi mentali usati per formulare i problemi e le loro soluzioni in modo tale che la descrizione delle soluzioni sia effettivamente eseguibile da un agente che elabora informazioni“. Ma non bisogna usarlo a sproposito.